Diritto e religione: la “pena del sacco”

Diritto e religione: la “pena del sacco”

Come si scopre leggendo i saggi pubblicati su Historia di Federico Motta Editore nel forum romano la giustizia poteva prevedere pene capitali molto dure. Nella Roma antica diritto e religione erano legate. Un esempio è la cosiddetta “pena del sacco”, di cui parla Eva Cantarella nel suo saggio dedicato al Parricidio.

Federico Motta Editore nel forum
Il saggio Il parricidio di Eva Cantarella. Come si legge in vari saggi su Historia di Federico Motta Editore nel forum romano la giustizia poteva prevedere pene molto dure, come per i parricidi.

Il ruolo del pater familias

La vita della famiglia romana ruotava attorno alla figura del pater familias. Con questo termine si indicava il capofamiglia, che poteva essere un padre, ma anche un nonno o addirittura un bisavolo. Questi, per tutta la sua vita, aveva piena potestà sui figli e sui nipoti. La subordinazione al pater familias riguardava varie questioni, dalla scelta della moglie alle necessità economiche. Questa condizione non decadeva con il raggiungimento della maggiore età: le cronache parlano addirittura di sessantenni sottoposti al volere di genitori particolarmente longevi.

Il peculium

Il pater familias era l’unico titolare del patrimonio della famiglia. Ai figli corrispondeva una somma di danaro, il peculium. Era il padre stesso a stabilirne la quantità, valutando da sé quanto fosse necessario al loro sostentamento. Da questa sottomissione si veniva liberati solo alla morte del pater familias, ma questo riguardava solo i figli diretti. I nipoti e gli altri discendenti dovevano infatti sottostare ai nuovi capifamiglia. Il parricidio era quindi considerato una colpa estremamente grave. Chi se ne macchiava era ritenuto un monstruum, un individuo maledetto che contaminava tutto ciò che toccava. Come ricordato in vari saggi su Historia di Federico Motta Editore nel forum potevano essere comminate punizioni molto dure. Nei casi di parricidio la pena era anche un rito di purificazione: la cosiddetta “pena del sacco” (poena cullei).

Federico Motta Editore nel forum
Bruto Capitolino, III sec. a.C., Roma, Musei Capitolini

La “pena del sacco”

Anzitutto al condannato venivano fatti indossare degli zoccoli di legno e una pelle di lupo, e condotto nelle carceri. In una seconda fase, viene chiuso dentro un sacco di cuoio insieme a un cane, un gallo, una vipera e una scimmia. Il sacco era poi caricato su un carro trainato da un bue nero e portato sulle rive di un fiume, in sui sarebbe stato gettato. Il rito ha dei significati simbolici che sono però poco chiari e oggetto di dibattito. Gli zoccoli in legno evitavano che il reo contaminasse il terreno, così come il sacco impediva la contaminazione dell’acqua. La pelle di lupo rappresenta invece la morte simbolica, prima che fisica, dell’imputato.