Giuseppe Verdi e l’identità italiana

Interno del teatro Verdi di Trieste

Il 27 gennaio 2026 ricorrono i centoventicinque anni dalla morte di Giuseppe Verdi (1813-1901), figura centrale non solo della storia musicale italiana, ma dell’intera cultura europea dell’Ottocento. A distanza di più di un secolo, il suo teatro musicale fortemente innovativo continua essere un riferimento costante nella determinazione dell’identità italiana.

Verdi è certamente il compositore italiano più popolare e uno dei pochi la cui produzione non ha mai abbandonato il repertorio di scena fino ai giorni nostri. Esordisce alla Scala nel 1839 con Oberto, conte di San Bonifacio e attraversa con straordinaria longevità artistica un secolo segnato da rivoluzioni politiche e culturali. Ma più che “compositore del Risorgimento”, come di solito viene inteso, Verdi è soprattutto un uomo di teatro, capace di cogliere e anticipare lo spirito del tempo con grande flessibilità. Le opere giovanili, come Nabucco e I lombardi alla prima crociata, intercettano il desiderio di libertà degli italiani attraverso il racconto di popoli oppressi, contribuendo alla nascita del mito di Verdi patriota. In esse il coro assume un ruolo nuovo, carico di significati ideologici e identitari, diventando voce collettiva di un popolo.

Dramma, personaggi, innovazione

Dagli anni Quaranta in poi, Verdi rinnova profondamente il melodramma italiano. Supera la rigida distinzione tra tragico e comico, fonde modelli italiani e francesi e concentra l’attenzione sul dramma e sui personaggi. Opere come Macbeth, Luisa Miller e soprattutto la “trilogia popolare” (Rigoletto, Il trovatore, La traviata) segnano una svolta decisiva: il teatro musicale diventa luogo di conflitti psicologici, passioni estreme e tensioni morali. In Rigoletto, che Verdi stesso definì “una delle più possenti creazioni di tutti i tempi”, la maledizione, il rapporto padre-figlia e la caratterizzazione musicale dei personaggi raggiungono un’intensità senza precedenti. Centrale è anche l’innovazione vocale: Verdi rompe con il belcanto tradizionale, attribuendo a ogni voce un preciso valore drammatico e psicologico e ponendo al centro non la bellezza del canto, ma la verità teatrale.

Verdi e l’Italia unita

Il 1860 rappresenta una svolta importantissima nella storia italiana. Le lotte risorgimentali per l’unificazione del Paese hanno raggiunto il loro scopo: nel marzo 1861 viene finalmente proclamato il Regno d’Italia, sotto la guida dei Savoia, e nel 1871 Roma diventa capitale. Come sostiene Anna Tedesco (nel saggio Giuseppe Verdi, in La storia della civiltà europea, Federico Motta Editore),

Questi rivolgimenti politici non mancano d’influenzare la vita teatrale, nei modi più svariati: già nel 1848 e negli anni immediatamente successivi il numero delle rappresentazioni subisce una drastica caduta e la censura, politica e religiosa, si inasprisce, influendo pesantemente sulla scelta dei soggetti. Sono notissime le peripezie di Verdi alle prese con una censura ottusa. Nel Rigoletto è il personaggio originario del dramma di Victor Hugo – il re di Francia Francesco I, raffigurato nei panni di impenitente libertino – a destare scalpore, e Verdi è costretto a ripiegare su un duca, il duca di Mantova appunto. Nel Ballo in maschera, l’intreccio originale di Augustin Eugène Scribe – che prevede addirittura una congiura contro un sovrano, il re di Svezia, e la sua uccisione in scena – è improponibile, e la censura impone di trasportare la storia dalla Svezia alla lontana Boston e di trasformare il re in governatore, Riccardo.

E se le trasformazioni politiche mutano il volto dell’Italia, anche il mondo teatrale è profondamente cambiato. Verdi rimane comunque una figura di riferimento della vita culturale italiana. Deputato del nuovo Regno, impegnato nella legislazione sul diritto d’autore, controlla ogni aspetto della produzione delle sue opere, incarnando un nuovo modello di autore moderno. Le opere della maturità, da Don Carlos ad Aida, fino ai capolavori estremi Otello e Falstaff, mostrano una scrittura sempre più continua, in cui aria e recitativo si fondono in un flusso drammatico unitario. È in questa tensione tra teatro, musica e coscienza civile si riconosce il reale contributo di Verdi alla costruzione di un’identità nazionale italiana, che si basa anche su una produzione culturale unitaria e condivisa.