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Almanacco, Grandi opere

100 anni di Dario Fo: un secolo di sberleffi

Le maschere tradizionali della Commedia dell'arte italiana

A 100 anni dalla sua nascita (24 marzo 1926), vogliamo qui ricordare Dario Fo e la sua originale figura di “giullare intellettuale”, capace di recuperare la forza comunicativa del teatro della tradizione e di parlare al presente con una forza ancora sorprendentemente attuale.

100 anni di Dario Fo: una vita tra arte, satira e militanza

Nato nel 1926 a Sangiano, nel Varesotto, Fo si forma a Milano, nell’ambiente artistico dell’Accademia di Brera, conseguendo il diploma in pittura. Nel 1950 comincia a lavorare alla Rai come attore e come autore di testi satirici della Compagnia di rivista di Milano. Nel 1953 esordisce sul palco del Piccolo Teatro con lo spettacolo Il dito nell’occhio, avviandosi presto a una carriera teatrale condivisa con Franca Rame, sua compagna anche nella vita. Fin dagli esordi si distingue come autore-attore capace di fondere comicità e impegno civile, spesso entrando in conflitto con la censura e con i circuiti ufficiali. La sua produzione attraversa teatro, televisione e scrittura, mantenendo sempre una forte attenzione ai rapporti di potere e alle contraddizioni sociali. Al centro della sua opera stanno infatti i “poveri cristi”, gli emarginati e gli oppressi, raccontati attraverso una satira feroce contro istituzioni politiche, economiche e religiose. Questa tensione civile lo porta anche a un coinvolgimento diretto nelle lotte politiche del suo tempo, rendendolo una figura scomoda ma centrale nella cultura italiana del secondo Novecento.

Il giullare moderno e la tradizione teatrale

L’originalità di Fo consiste nell’aver reinventato la tradizione dei giullari medievali e della commedia dell’arte, trasformandola in uno strumento critico contemporaneo. Il suo teatro mescola linguaggi, registri e invenzioni come il grammelot, un linguaggio teatrale inventato, composto da suoni e ritmi che imitano la cadenza e l’espressività di lingue o dialetti reali senza utilizzare parole di senso compiuto, ma allo stesso tempo capace di comunicare oltre le barriere linguistiche. Opere come Mistero buffo incarnano questa sintesi tra cultura popolare e sperimentazione. Come osserva Roy Manarini nel suo saggio sulla drammaturgia novecentesca, inserito nel volume del Novecento della collana Historia:

L’attore-autore Dario Fo raccoglie nel secondo Novecento successo di pubblico e addetti ai lavori, a livello nazionale e internazionale. Miscela esplosiva di straordinarie capacità d’interprete, engagement di marca marxiano-brechtiana, gusto attoriale per il pastiche linguistico (fino all’onomatopeico grammelot) e studio dell’arte giullaresca, la produzione di Fo si snoda lungo due filoni intrecciati l’uno all’altro: quello della “denuncia” politica e quello della reinvenzione delle tradizioni popolari italiane.

In questa prospettiva, Fo si configura come un intellettuale atipico: non accademico, ma capace di incidere profondamente nell’immaginario collettivo, riportando il teatro a una funzione pubblica e popolare.

Il Nobel e la dimensione internazionale

Nel 1997 Fo riceve il Premio Nobel per la Letteratura, riconoscimento che consacra a livello mondiale una carriera già ampiamente affermata. La motivazione dell’Accademia svedese sottolinea proprio la sua capacità di recuperare la tradizione dei giullari per “dileggiare il potere” e dare voce agli oppressi. È un Nobel che premia non solo un autore, ma una concezione del teatro come strumento di conoscenza critica e partecipazione civile.

L’eredità di Fo resta oggi quella di un artista totale, capace di coniugare comicità e denuncia, tradizione e innovazione, mantenendo sempre uno sguardo critico sulla realtà.

24/03/2026/da Redazione
Tags: Historia, Nobel, teatro
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